venerdì 22 luglio 2011

paxos -santa maura


GIORNO DUE, 19 luglio A.D. Europa 2011


DA PLATARIAS A LEFKADAS (LEUCADE ) 45 miglia

Partenza all'alba dopo una esplorazione del paese dei turisti persi, anime alla Gogol che non riescono neanche a pensarsi più in pista ma solo all'ammollo. Poco vento, molto motore, buono per acclimatarsi con barca ed equipaggio. La stanchezza dopo il viaggio in traghetto mi prende subito all'uscita dal porto e mi assalirà ancora a ondate, come una malia. Ma ora c'è da cominciare a veder scorrere mare e isole, a immergersi in questo mondo così vicino. L'obiettivo è Paxos, una delle due sorelle minori di Corfù, approdi di passaggio per la navigazione verso Sud ma anche posti piacevoli, non proprio assediati dal turismo anche se pare che di invasioni di questo genere non ve ne siano in atto. Sulla costa so che c'è Parga, enclave veneziana in terra ottomana come allora era l'Epiro. I veneziani la chiamavano "l'occhio e l'orecchio di Corfù", il che la dice lunga sulla sua importanza strategica. Come Butrinto in Albania, questa piccola città con un castello di origine normanna su un promontorio roccioso e aspro faceva da sentinella alle rotte cristiane, caposaldo alla fin fine soprattutto per il contrabbando, fiorente allora quando faceva confine tra due stati malgrado i privilegi commerciali che godeva. La visitai anni fa, scoprendo qualche leone e una rocca ignorata dai turisti che la affollavano e nascosta dai pini marittimi. Rimase fedele alla Repubblica fino alla sua caduta, finì in mani francesi e inglesi, che la vendettero ad Ali Pasha Tepelena, il signore di queste terre, dall'Albania a Ioannina. Divenne greca solo nel 1913, neanche un secolo fa. Sembra impossibile che sia passato così poco, ma la nazione ellenica non ha il suo spirito, ha una storia recente, che iniziò col conte Capodistria all'alba del XVIII secolo proprio da queste isole dell'Eptaneso ionico che nella loro bandiera portavano un leone con sette frecce. Più in giù sta Preveza, altra fortezza veneziana dopo che era stata ottomana e forse bizantina o chissà cos'altro.

So solo che allora, dieci anni fa, era ancora una base militare e una sua foto mi costò un paio d'ore al comando della polizia locale. Può essere una spia uno che in bragozze da spiaggia in moto e con la fidanzata si mette a sparare raffiche a delle mura vecchie di secoli?Lo so, c'erano i cartelli no photo (in greco, ma si capiva dallo sghiribizzo) ma potevano fare meno scena, mi sembrava di essere tornato in guerra dalle parti di Zara e Knin, tra parentesi altri posti veneziani fino alla fine della Repubblica.

Ma qua sto già divagando e invece siamo ancora in barca ma con le vele sgonfie e il motore a rullare col mare calmo verso Paxos, un'isola piccola che dicono assediata dai vacanzieri famosa nell'antichità perché qui venne rivelata la fine della classicità e de
l paganesimo. Una storia dai contorni nebbiosi, come una profezia, raccontata da Plutarco che ogni tanto riemerge come un relitto antico come il culto di Pan, il signore dei boschi e della natura che cacciava ed era sempre in tiro, quel mezzo uomo e mezza capra che fece da modello al diavolo e il cristianesimo bollò, dichiarandogli contro una guerra senza quartiere. Un marinaio egiziano, Thanus, diretto verso l'Italia s'imbattè in una bonaccia come quella che stavamo atraversando proprio nelle acque antistanti a Paxos e una voce dal mare gli ordinò di annunciare che Pan era morto. Che una civiltà era finita e agli sgoccioli. Lui lo fece e un coro di lamenti si levò dal mare. Io tesi l'orecchioma non aprii la radio o mi collegai a Internet, e non sentii niente. Ero già fuori dal mio mondo e la crisi economica peggiore dopo quella del 1929 era già sfumata come la foschia che avvolgeva Parga e il Continente. La vita reale era già lontana, o era quella la vita reale? Di sicuro quando Pausania, altro viaggiatore dell'antichità, tornò da queste parti un secolo dopo il divin cornuto era ancora adorato. Chissà che il sistema occidentale non ci metta altrettanto ad affondare così ho il tempo anche di godermi la pensione.

Si discute spesso in questa barca di movimenti e aggregazione, di impegno e rivendicazioni. Il mix delle età permette un buonconfronto tra chi il '68 l'ha fatto e chi non l'ha nemmeno considerato. Sono tre generazioni, ma sembrano veramente passati secoli. Le sicurezze si sono sfaldate e ora tentano di mettere giovani contro vecchi, fissi contro precari, donne contro uomini. Destra e sinistra sono morte come Pan ma non rinunciano a zampettare turgide e cornute sui nostri sogni e illusioni. Servirebbe una resurrezione più che una redenzione, un sussulto di lotta comuneoltreche d'orgoglio di bandiera. Servirebbe. Ma dove sta? Atene è solcata da manifestazioni impetuose ma la distruzione dello stato sociale procede senza freni, con gusto sadico. Il lavoro è una chimera, la paga viene tagliata a 700 euro, e altre misure draconiane sono all'orizzonte per soddisfare la fame dei Mercati, vogliono vedere il sangue i ragazzi, hanno la bava alla bocca e chiedono sempre di più, dovremo sacrificare vite e vestali per soddisfare quel mostro venuto da mare che è dentro di noi, nei nostri portafogli e nelle nostre voglie. Ma si sta meglio oggi. Lo dimostrano i primi pescatori che trovo a porto Gaios: il sole batte deciso il mezzodì e quelli svolgono le reti della pesca notturna parlandosi in arabo. Le loro barche sono colorate e tozze come gozzi, due prue sembrano avere, e pochi arnesi moderni. Ma solo all' entrata del paese leccato e già imbiancato come da cartolina, trovo il pescatore greco.


Questi mestieri, come i tanti di retrovia del turismo glocale (sguatteri, cuochi, camerieri, imbianchini) anche qui come da noi sono appannaggio di albanesi, moldavi, nordafricani. Est e Sud ci assediano. E fanno bene.

L'ormeggio è all'inizio del canale che porta a Gaios, c'è da fare carte prima che la siesta sbarri la porta.

Come al solito non si paga, potenza di un paese dalle mille isole e prodigo di approdi e sbadataggine. Speriamo non cambi, come invece la Croazia sta facendo tassando anche il respiro del vento. Gaios, che il portolano di Enrico mi dà anche come Limin (dovrebbe stare per porto) Paxon, dovrebbe essere assediata dai turisti, non lo è. Meglio. Di sicuro carte e vista hanno individuato una fortezza sull'isoletta di fronte di Ay Nikolaos. Sarà nostra. Io e Pido ci armiano di gommone a un remoe iniziamo lo show per varcare il canale.

Prima di capire che uno si deve mettere a prua a pagaiare danziamo impazziti tra barche e barchette, poi trovo il sistema e approdiamo in mezzo ai rovi. Breve salita com molte spine e i fantozziani beccano finalmente un sentiero. In cima la fortezza ha le mura basse ma decise, è più un caposaldo che altro.
Però due vecchi cannoni sorvegliano il mare aperto e dei restauri tengono il perimetro. Dentro una fontanella di ferro arruginita con un becco lavorato e un caldo infernale. La parte migliore è la torre circolare che sta fuori, superstite di altri tempi e di altre armi.

Torniamo alla base con mezz'ora di ritardo sulla tabella prevista dopo e non ci linciano. Forse perché il bagno è vicino in una bella baia di Antri Paxos Poi motore serrato per arrivare a Lefkas in tempo per entrare nel canale scavato dai corinzi e dai romani antichi e poi dai greci il secolo scorso. La dead line è alle 21, ci arrivamo cinque minuti prima avvolti nelle luce del crepuscolo e già un po' rapiti dalla fortezza di Santa Mauraadagiata dopo un paio di orrende costruzioni sulla spiaggia di sassi bianchi che anticipa umilmente la bianca scogliera che sta più a Sud dove la poetessa Saffo saltò come molti altri, criminali o solo troppo se stessi. Chi sopravviveva veniva perdonato dai suoi reati. Pochi ci riuscivano. Ma meglio tentare di volare che rimanere chiusi in gabbia per sempre, diceva Steve Mc Queen (o era Vasco?).


La fortezza veneziana si allunga su un lato del canale, le mura alte sui sei metri sono massicce e senza tante feritorie. Murada cannoni, da batterie, da salve assassine per affondare chi avesse voluto avventurarsi verso la

città che sta a meno di un chilometro, unita al continete da una strada asfaltata come un tempo lo era da un ponte. Una scavatrice lavora a tenere il canale navigabile, se si insabbiasse un intero paese forse morirebbe. Sfiliamo davanti al porto delle galee con bitte di pietra mangiate da un tempo che affondava fino al Medioevo. Il ponte girevole si apre, macchinasingolare e simpatica, le auto si fermano, tocca a noi barche passare e infilarci nella marina davanti paese, in città come gli antichi, a due passi dalla vita. Che prende le forme di locale che di nome fa Pirates e di simbolo un Leone rampante forse più vero di quello incastonato

nelle mura della fortezza che esploreremo il giorno dopo. Il liston, la passeggiata centrale, è piena i gente, i bambini riempiono di giochi la sera in piazza, c'è vita in questa Leucade!


giovedì 21 luglio 2011

igou


Dove eravamo rimasti? Ah, già, gli albanesi diventeranno come noi o noi come loro? Già, ma oggi la questione

è un’altra: diventeremo come i greci? Tira un vento cattivo dalle parti del Mediterraneo, come se gli spiriti si fossero ribellati al sole al cielo terso per vendicarsi di un mondo che faceva invidia, che poteva sognare e trastullarsi. Oggi sono tempi di ferro e noi possiamo solo rifugiarci nel sogno e nel ricordo. E allora dai, diventiamo tutti un po’ veneziani, quelli veri, che solcavano il mare e cercavano di capirlo, che guardavano lontano e non si perdevano (sempre) dietro al particolare. Ecco perché siamo qui: per ritrovare una rotta, una via, un futuro. E anche un po’ del nostro passato.

Tutto però ha un inizio. Cominciò cinque anni fa e a metà di questo luglio torrido e incerto riprende da dove era arrivato. A Corfù? Nooooo, ma vicino, a Igoumenitsa, dove sbarcano i traghetti e inizia una terra un po’ incognita che si chiama Epiro e sa di turbanti come queli di Alì Pasha e di vestigia come quelle elleniche. Ma che tutti conoscono come porto di traghetti e sbarco di uomini e camion.

Un porto moderno, sospeso in un mondo altro, quello della velocità dopo il giorno di viaggio sul ferry. “Questa a noi piace pensare che sia la porta dell’Oriente per l’Occidente, soprattutto oggi, che da qui parte l’autostrada Egnatia verso Istanbul la nostra piccola città è al centro di scambi antichi”, dice Ioannis Verbis, consulente speciale del sindaco di Igou (non chiedetemi di scriverla tutta ogni volta che è da cruciverba) e manager esperto di informatic

a e non solo, un quarantenne nato qui, alle porte del nostro viaggio, e spostatosi ad Atene per sviluppare studi e affari. Qui gestisce il progetto Cluster Club promosso dall’Eurosportello veneto ed è lui che fa da primo passepartout nelviaggio verso gli Ultimi scogli della Serenissima a Creta, una meta così lontana che potrebbe per me essere come Istanbul o Timbuctu ma che con lui inizia a prendere forma. “Questa è una regione molto interessante dal punto di vista turistico, non ci sono grandi industrie, l’attività prevalente è l’acquacultura, la Grecia in questo campo è seconda solo al Giappone, dice Ioannis, e capisco che intende allevamento di pesci e che forse questo potrebbe essere uno dei cardini di uno sviluppo che qui è ancora lontano. “Noi abbiamo bisogno di metterci in rete, di sviluppare nuove attività, di aprire contatti col mondo”, afferma, ma poi sorride con disincanto: “Soprattutto ora”. Si finisce a parlare della grande crisi, la nube che ha oscurato il cielo della Grecia e comincia a dilatarsi per mezza Europa. Quel cancro che per prima cosa ha mangiato la fiducia: “E’ vero, la gente non crede più, non solo ai politici ma anche in se stessa, e questo è il primo passo per non investire, non costruire”. La saggezza antica qui è diventata moderna disillusione, lo spirito mercantile e anche levantino si è trasformato in attesa, inerzia. Gli dei che hanno grandi santuari da queste parti a Dodoni ma anche più a sud, dove c’è una delle porte dell’Acheronte, hanno prosciugato di speranze questo popolo che s’era affacciato all’Europa con entusiasmo e ora si ritrova nel mirino e in vendita. “Dovevamo chiudere tutto un anno e mezzo fa, iniziare a non pagare, a dilazionare il debito, e invece ci siamo trascinati fino a qui e ormai nessuno sa più esattamente cosa accade, qual è la situazione, come ci si deve comportare - dice Ioannis - per forza poi si compra oro, si ritirano i soldi dalle banche, non si costruisce più”.

Cinque anni fa abbiamo viaggiato Sulle Ali del Leone toccando con mano la sfiducia verso l’Europa e i tormenti di un dopoguerra che non si era ancora

concluso. Oggi la Croazia ha già il suo posto prenotato nella Ue ma c’è chi lo sta perdendo. Una guerra a bassa intensità di sangue e a grande iniezione di tossine e stress si è impadronita di queste terre baciate dal mare, mecca di grandi sognatori come Miller o Fermor, e altrettanti avventurieri, come quel Morosini che dopo aver perso Creta nel 1669, tre lustri dopo decise di partire alla conquista di un altro regno per se e per Venezia: la Morea, l’odierno Peloponneso.

La culla dei giochi di Olimpia e dei leoni di Micene, che vibra ancora delle vocirauche delle tragedie classiche a Epidauro ma è costellata di castelli di fata e di pietra che nei secoli hanno costruito gli ultimi eredi di un mondo di cavaleri e dame: i Franchi, i Bizantini, i Veneziani.

Ma questa è un’altra storia, anzi, è dentro, innervata in quella che sto cercando di raccontarvi a partire da Corfù, anzi da Igoumenitsa, per sfiorare Parga e infilarsi in una barca che sta a pochi chilometir da qui, a Plataria, un porticciolo di pescatori e anime perse nel fallimento degli affari e del turismo di massa.

Il sole della Grecia crea ombre nette, per questo forse sono un po’ cupo. Ma è ancora presto per lasciarti trasportare da barca e vento, per perderti in tempi passati.

Oggi è qui, in un porto piccolo, da approdi persi, come quei tedeschi che hanno lasciato barche a vela in vendita o all’ormeggio perché non si paga. C’è come una sospensione, tra la rotta che ci aspetta e le vite lasciate. Fa parte del gioco, e qui lo vedi nell’abbandono delle grandi cose e nell’ordinaria sobrietà delle piccole: la panetteria, il ristorantino sotto il glicine centenario, la banchna. Poi c’è une fetta di modernità alla caccia del turista fatta di bar con plateatico e tv.

Sul molo, la statua della sirenetta scrostata guarda il mare e avverte chi vuole entrare mentre le vecchie barche dei pescatori stanno alla fonda testimoni di un altro tempo, di altra gente, di altre vite più povere. Da qui se sei sano di mente e di fisico puoi solo partire per cercare fortuna, con l’unica speranza di poterci tornare comprandoti una casetta e un pezzo di futuro chissà quanti anni dopo.

Per me ed Enrico è solo una notte e il piacere di incontrare e conoscere gli altri compagni di

questo nuovo viaggio sulle rotte della Serenissima: il capitan Enrico, occhi chiari e barba dal sorriso un po’ pirata, Sonia che è la sua compagna anche di barca oltre che di vita, Marco e Caterina, una coppia di entusiasti quarantenni che hanno deciso di riconquistarsi la vita e l’amore come due nuovi adolescenti.

Sei per dodici metri fanno un buon rapporto per Arina, la nostra Argo quotidiana che dovrà condurci miglia e miglia più giù, a Creta, dove uno scoglio s’è fatto castello e poi nido di pirati: Granbousa.

venerdì 15 luglio 2011

Sulle ali del Leone – Gli Ultimi Scogli della Serenissima

Η Μεσόγειος σήμερα είναι πάλι στο κέντρο του κόσμου. Η Ιστορία του 21ου αιώνα εξελίσσεται με γοργούς ρυθμούς, κυρίως στις Ανατολικές χώρες και τη Μέση Ανατολή. Δημοκρατικές εξεγέρσεις έχουν ανάψει τις ελπίδες και είναι σε έξαρση οι συμπλοκές σε όλες αυτές τις χώρες που βλέπουν στην θάλασσα, και οι Τούρκοι αποκαλούν Λευκή Θάλασσα: Συρία, Αίγυπτο, Λιβύη, Τυνησία. Περιοχές που θεωρούσαμε απόμακρες, αποκλεισμένες και με δικτατορικά καθεστώτα, έχουν γίνει πλέον θέατρα συγκρούσεων και ελπίδων. Η Αλεξάνδρεια, η Δαμασκός, η Βεγκάζη, η Τρίπολη, η Τυνησία, μακρινά λιμάνια γιά εμάς τους σημερινούς οκνούς Δυτικούς, που είμαστε γέννημα θρέμμα του κόσμου, χωρισμένου σε 2 μπλόκ.

Ωστόσο, αυτές οι παραθαλάσιες περιοχές - πριν μισή χιλιετία, όταν η Βενετία ονομαζόταν ακόμα Γαληνοτάτη - ήταν σημεία προσέγγισης γιά εκείνους τους εμπόρους που είχαν αναδείξει τη πόλη τους, που βρισκόταν μέσα στα νερά και χανόταν στη πιό μικρή θάλασσα του βορρά, εσωτερικά της Μεσογείου, την Αδριατική. Αυτοί οι «ποιμένες του νερού», που οδηγούσαν με τέχνη τις βάρκες στα σπίτια τους σαν να ήταν κέλητες, κατέκτησαν την Κωσταντινούπολη και ένα μέρος της Βυζαντινής Αυτοκρατορίας, οι οποίοι κατάφεραν να στείσουν το λάβαρο με τον Λέοντα του Αγίου Μάρκου στη Κύπρο και τη Κρήτη.

Αλλά το εμπόριο, οι αγορές, οι αποθήκες και οι δοσοληψίες είχαν φτάσει πολύ πιό μακριά, μέχρι την Αλέππο που είναι η σημερινή Συρία, τη Τύρο της Λιβύης, το San Giovanni di Acri στην Αλεξάνδρεια της Αιγύπτου, όπου και εφυλάσσετο μέχρι τον 9ο αιώνα το λείψανο του Αγίου, Πολιούχου της Γαληνοτάτης, αλλά και το Μαυρόκαστρο που βρίσκεται στην Μαύρη Θάλασσα στις εκβολές του ποταμού Νίστρο, τη Τραπεζούντα, τη Τάνα όπου καταλήγει ο ποταμός Ντόν και πρός την Ασία και την Άπω Ανατολή. Μυθικές, αλλά πραγματικές περιοχές, με τόσο μεγάλη δραστηριότητα και θέληση γιά εξερεύνηση που εξαπλωνόταν και πέραν τις Ηράκλειες Στήλες, στις Φιάνδρες, στη Σκανδιναβία, στο Λονδίνο. Οι κάτοικοι της Γαληνοτάτης έβλεπαν πολύ πιό μακρυά από εμάς· κατάφερναν, ασταμάτητα, να συνδιάζουν το ενδιαφέρον με την ανεκτικότητα και σε εκείνες τις περιόδους παρακμής όπως ήταν ο 18ος αιώνας.

Η Γαληνοτάτη διαφωτισμένη «κυρία», άνοιγε τις πόρτες της σε κόσμο που ανοίκε σε άλλες θρησκείες και διαφορετικούς πολιτισμούς: Αλβανούς, Έλληνες, Δάλματες, Αρμένιους, Μολδαβούς, Εβραίους, Ρουμάνους, Άραβες, Γερμανούς, οι οποίοι είχαν αναπτύξει εμπορικές συναλλαγές και ειρηνικές σχέσεις με αυτό τον ανφίβιο κόσμο που είχε να κάνει με την Μεσόγειο, τη θάλασσά του· ωστόσο, δεν ήταν τυχαίο το γεγονός ότι η βενετσιάνικη γλώσσα ήταν τόσο διαδεδομένη που τη καταλάβαιναν και τη μιλούσαν μέχρι και οι Ισπανοί και οι Άγγλοι - οι μεγάλες δυνάμεις της Δύσης εκείνης της εποχής - οι οποίοι «αλώνιζαν» το Αιγαίο και το Ιόνιο σαν κουρσάροι και ήταν οι πιό ξακουστοί πειρατές της μπαρμπαριάς που έσπειραν το τρόμο και το φόβο· αυτοί οι ίδιοι που εξάφνιασαν την υπερδύναμη της USA, στα πρώτα της βήματα, κατά τη πρώτη απόβαση των marines στη Τρίπολη (1801).

Ένας δεσμός από την αρχαία εποχή, αυτός της Βενετίας με τη θάλασσα, που εορτάζεται συμβολικά κάθε χρόνο με την αναβίωση του «παντρέματος» της θάλασσας με τον Δόγη στην επέτειο της Sensa. Η παράδοση θέλει, τον Δόγη να επιβιβάζεται στο χρυσό καράβι «Bucintoro» που είχε στη πλώρη του τον αδριάντα του αλβανού ήρωα Scanderberg· ο Scanderberg επί είκοσι χρόνια (15ο αιώνα), κατάφερνε να κατατροπώνει τους τούρκους. Τη σημερινή εποχή, που ο κόσμος φαίνεται να βιώνει μιά άλλη διάσταση αλλά είναι πιό δεκτικός, οι ελπίδες έχουν δυναμώσει ενώ εντείνεται η ευρωπαική και κατ’επέκταση η ιταλική υπευθυνότητα · η Βενετία μπορεί να θεωρηθεί πάλι « η διδάσκουσα» γιά την ενοποίηση και την ολοκλήρωση.

Η Κυριαρχία της Βενετίας στο νησί της Κρήτης διήρκησε 400 και πλέον χρόνια, που ήταν μιά μακρά περίοδος γιά την ιστορία του νησιού· ωστόσο οι σχέσεις δεν ήταν πάντα ειδυλλιακές, γιατί από την μία πλευρά τις διέκριναν συνεχείς εξεγέρσεις και αιματηρές καταστολές, από την άλλη αναπτύχθηκε μιά εξαιρετική πολιτιστική, καλλιτεχνική και κοινωνική Koinè, η οποία ορίστηκε «Κρητική Βενετία» και οφειλόταν στο φυσικό εναρμονισμό και την αυθόρμητη συνχώνευση μεταξύ των βενετσιάνων και των κρητικών.

Τετρακόσια χρόνια, είναι μιά μακρά περίοδος, σχεδόν 15 γενεές. Μέσα απ’ αυτή τη περίοδο, ο μεσαίωνας πέρασε στην νεώτερη εποχή· από τις σταυροφορίες, στην ανακάλυψη της Αμερικής· από τα τόξα και τα βέλη, στα κανόνια και τα αρκεβούζια. Αλλάζουν ριζικά όχι μόνο οι ορίζοντες, αλλά και τα έθιμα, οι τρόποι ένδυσης και ο τρόπος σκέψεως.

Αυτό το σαγηνευτικό διόραμα μιάς Βενετίας που βρίσκεται μακριά από τα κανάλια της λιμνοθάλασσας, μέσα στη καρδιά της Μεσογείου, έχει μιά προστιθέμενη υποβλητική και δυνατή έκφραση που μας συνδέει συναισθηματικά με τις νησίδες της Γρανβούζας, της Σούδας και της Σπιναλόγκας, οι οποίες – παρόλο ότι το νησί έπεσε εξ’ολοκλήρου στα χέρια των Τούρκων - θα παραμείνουν βενετοκρατούμενες μέχρι το 1715, υπομένοντας έστω και περικυκλωμένες από το Τουρκικό ζυγό, αφού κατάφεραν να μεταφέρουν με ασυνήθιστη εμμονή τους τέσσερις αιώνες βενετσιάνικης παρουσίας, στους πέντε αιώνες· είναι άξιο να σημειωθεί ότι η περίοδος των εκατό τελαυταίων χρόνων, ήταν εκείνη μέσα στην οποία εξελίχθηκε το ιστορικό γεγονός, κατά το οποίο ο δόγης Εnrico Dandolo, σχεδόν τυφλός οδήγησε στα ενενήντα του χρόνια την αποστολή της 4ης σταυροφορίας με αποτέλεσμα την κατάκτηση της Κωσταντινούπολης, αλλά και περίοδος κοντινή στην ύπαρξη του Giacomo Casanova ο οποίος γεννιέται 10 χρόνια μετά την πτώση των τελευταίων βενετσιάνικων οχυρών στις ξέρες της Κρήτης.

Προτείνουμε λοπόν να μεταφέρουμε αυτές τις επιδράσεις σε μιά διαδρομή αξιοποίησης, πολιτιστικού και τουριστικού συγχρόνως περιεχομένου, που να ξεκινά από την ιστορία εκείνων των περιοχών, θεωρώντας αυτές ώς «τις εξωτικές περιοχές» της μακρινής Βενετίας, ιστορία που διήρκησε 4 και πλέον αιώνες, μακριά από τη λιμνοθάλασσα και τα κανάλια, προωθώντας τα όσα κατάφερε αυτή η μικτή κουλτούρα της Βενετίας και της Κρήτης να μεταδόσει σε όλη την Μεσόγειο.

«Sulle ali del Leone – Gli Ultimi Scogli della Serenissima», είναι ένα δημιουργικό πρόγραμμα μεταξύ της Αδριατικής και της Μέσης Ανατολής, στα πλαίσια του οποίου θα πραγματοποιήσουμε ένα ταξίδι ακολουθώντας τις ιστορικές πορείες των βενετικών γαλέρων, ώστε να έρθουμε σε επαφή με τη τωρινή κατάσταση των οχυρώσεων που βρίσκονται στη Γρανβούζα, τη Σούδα και τη Σπιναλόγκα της Κρήτης: τις αρχαίες πορείες του εμπορίου, το δρόμο του Μεταξιού και των μπαχαρικών, ώς μία γέφυρα που μας επιτρέπει να βιώσουμε πάλι εκείνη την ιστορική περίοδο και να αποδεχτούμε ότι υπάρχουν δύο όχθες του ίδιου κόσμου, που πορεύουν πέρα από τις προκαταλήψεις, τις δυσπιστίες και τους φόβους.

Σκοπεύουμε να αξιοποιήσουμε ένα μέρος της πλούσιας πολιτιστικής κληρονομιάς που συνδέεται με το βενετσιάνικο πολιτισμό στη Μεσόγειο συγκεντρώνοντας τεκμηριωμένες μαρτυρίες και με την αφήγηση διά μέσου των εικόνων να αποκαλύψουμε τις αρχαίες ρίζες που χρήζουν τεκμηρίωσης και εξιστόρισης.

Το ιστιοφόρο μας – Arina, με καπετάνιο τον Enrico Brozzola – θα είναι το μέσο αλλά συγχρόνως και η γέφυρα που θα συνδέσει αυτές τις περιοχές και τις κουλτούρες, οι οποίες γιά αιώνες είχαν ένα κοινό παρανομαστή: τη θάλασσα. Αυτή τη θάλασσα, εμείς, θα διασχίσουμε, πραγματοποιώντας είκοσι περίπου στάσεις, προσεγγίζοντας στις ακτές της Κροατίας, του Μαυροβουνίου, της Αλβανίας, και θα φτάσουμε στην Ελλάδα με τελικό προορισμό την Κρήτη.


giovedì 7 luglio 2011

Sulle ali del Leone - Gli Ultimi Scogli della Serenissima


Il Mediterraneo oggi è ritornato al centro del mondo. La Storia ha ripreso a correre veloce in questo XXI secolo, soprattutto a Est e in Medio Oriente. Rivolte democratiche hanno acceso speranze e scontri in tutti i paesi arabi che si affacciano su quello che i turchi chiamavano Mar Bianco: Siria, Egitto, Libia, Tunisia. Luoghi che ci sembravano remoti, chiusi in recinti e dittature, sono diventati palcoscenici di lotte e di speranze. Alessandria, Damasco, Bengasi, Tripoli, Tunisi. Porti lontani per noi occidentali pigri di oggi, figli del mondo diviso in due blocchi.
Ma allora, mezzo millennio fa, quando Venezia era ancora Serenissima, queste città di mare e sul mare erano approdi battuti e conosciuti da quei mercanti che avevano fatto grande la città sull’acqua persa nel nord del più piccolo mare interno del Mediterraneo, l’Adriatico. Quei “pastori d’acqua” che imbrigliavano le proprie barche alle case come fossero destrieri avevano conquistato Costantinopoli e un quarto dell’impero bizantino, arrivando a piantare il gonfalone del Leone di San Marco a Cipro e Creta.
Ma gli empori, i centri commerciali, i magazzini e i traffici erano arrivati molto più in là, fino ad Aleppo, in quella che oggi è Siria, nella Tiro libanese, a San Giovanni d’Acri, quell’Alessandria d’Egitto che custodì il corpo del santo patrono della Serenissima fino al IX secolo, ma anche a Maurocastro, sul Mar Nero alle foci del Nistro, a Trebisonda, alla Tana, dove finisce il Don, e ancora più là verso l’Asia, l’Oriente Estremo. Luoghi mitici, ma veri, concreti, sponde di un attivismo e di una voglia di esplorare e commerciare che si allungava anche dopo le colonne d’Ercole, nelle Fiandre, nella Scandinavia, a Londra. I serenissimi guardavano molto più lontano di noi, riuscendo anche nei secoli della decadenza come nel ‘700 a coniugare interessi e tolleranza.

La Dominante era illuminata, apriva le sue porte a gente di religioni e culture diverse: albanesi, greci, dalmati e morlacchi, ma anche armeni, rumeni, moldavi, ebrei, arabi, tedeschi commerciarono pacificamente in quel grande mondo anfibio che aveva fatto del Mediterraneo il suo mare tanto che il veneziano diventò una lingua franca, capita e parlata anche dagli spagnoli e dagli inglesi, le grandi potenze occidentali dell’epoca che scorrazzavano nelle acque dell’Egeo e dello Ionio come corsari tanto quanto i più famosi e terrorizzanti (per la propaganda occidentale) pirati barbareschi, quegli stessi che fecero arrabbiare anche la nascente superpotenza Usa nel primo sbarco dei marines a Tripoli (1801).
Un legame antico quello di Venezia col mare, simboleggiato dallo sposalizio che si rinnovava a ogni festa della Sensa quando il Doge dal Bucintoro, la nave d’oro che non a caso aveva a prua la statua dell’eroe albanese Scanderbeg, che per vent’anni nel XV secolo fermò l’avanzata dei turchi. Oggi, che il mondo sembra impazzito e anche un po’ più aperto, che le speranze si sono riaccese e che le responsabilità europee e italiane accentuate, Venezia può ritornare utile maestra d’integrazione.
Il Governo di Venezia sull’isola di Creta è durato per più di 400 anni, un periodo lunghissimo, non sempre idilliaco, contrassegnato da rivolte e da sanguinose repressioni, ma anche dalla costruzione di una straordinaria Koinè culturale, artistica, sociale definita “Veneto cretese” dovuta alla spontanea fusione tra le migliaia di veneziani e i greco cretesi, popolani o nobili che fossero.
400 anni sono un periodo lunghissimo , quasi 15 generazioni. Il medioevo che diventa epoca moderna; dalle crociate alla scoperta dell’America; dagli archi e le frecce ai cannoni e gli archibugi. Cambiano radicalmente non solo gli orizzonti, ma anche i costumi, i modi di vestire e di pensare.
Il veneziano che spada alla mano è padrone dell’isola di Creta alla metà del 1200, non è più il veneziano che combatte gomito a gomito con il cretese per lunghissimi anni sugli spalti di Candia per difendersi dai turchi.
Questo affascinante diorama di una Venezia lontana dai canali della laguna, incastrata nel cuore del Mediterraneo ha un’ulteriore suggestiva ed emotivamente forte espressione nelle tre isolette di Granbousa, Souda e Spinalonga che, caduta interamente l’isola in mano turca, rimarranno veneziane fino al 1715, resistendo completamente circondate e portando i secoli di presenza veneziana a 500 con una straordinaria continuità che va dall’ultranovantenne e quasi cieco doge Enrico Dandolo che comanda la spedizione della IV crociata con la conquista di Costantinopoli ( e a seguire di Creta) alle parrucche e alle ciprie di Giacomo Casanova che nascerà solo 10 anni dopo la caduta delle ultime roccaforti veneziane sugli scogli di Creta.
Proponiamo allora di trasformare queste suggestioni in un percorso di valorizzazione turistico-culturale che parta proprio dalla unicità della storia di questi luoghi proponendoli come i “luoghi esotici” di una Venezia lontana, durata VI secoli lontano dalle sue lagune raccontando e proponendo il tanto che la cultura veneto cretese ha saputo dare al Mediterraneo intero.

Vogliamo “monitorare lo stato di fatto” delle fortezze di Grambousa, Souda e Spinalonga a Creta, facendoli parte di un progetto creativo tra l’adriatico e il medio oriente.
“Sulle ali del Leone - Gli Ultimi Scogli della Serenissima” è un viaggio sulle rotte delle galee venete: le antiche rotte del commercio, la via della Seta e delle spezie, come ponte per tornare a vivere e capire due sponde dello stesso mondo, per sconfiggere pregiudizi, diffidenze, paure.
Ci proponiamo di valorizzare una parte del ricco patrimonio culturale legato alla civiltà veneziana nel mediterraneo e di raccogliere testimonianze e realtà, ed attraverso il racconto per immagini, scoprire radici antiche che meritano di essere documentate e raccontate.
La nostra barca a vela - Arina, capitano Enrico Brozzola - sarà un veicolo ma anche un ponte tra questi posti e queste culture che per secoli hanno avuto un punto di contatto: il mare.
Quel mare che solcheremo per una ventina di tappe toccando Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, Creta.

On the wings of the Lion-the last rocks of Serenissima

The Mediterranean Sea has again become the centre of the World.
During the XXI century things are again rapidly changing, above all in the East of the Middle East. Democratic rebellions have aroused hopes and prompted fighting in those Arabian countries which overlook the so called White Sea: Syria, Egypt, Libya, Tunisia.
To us these are remote places, closed in their dictatorships. Now they have become the backdrop of hopes and struggles. Alexandria, Damascus, Benghazi, Tripoli, Tunis. To us, today's sleepy Occidental people, as sons and daughters of a World divided, are only far away ports.
Five hundred years ago however, when Venice was known as the Serenissima Republic, all those seaside cities where well trodden and well known by merchants which enriched and made Venice great, despite being a city lost in the North of the little Adriatic sea.
Those water-shepherds, who bridled their ships at their houses like horses, had conquered Costantinople and part of the Byzantine Empire. They even reached Cyprus and Crete, planting the banner bearing the winged Lion of Saint Mark.
Over time the department stores, commercial centers, warehouses and trading have spread farther and farther away, finally arriving at Aleppo, in the region today known as Syria; in the Lebanese Tyre, in St John of Acra, the same Alexandria of Egypt that guarded the holy relics of the patron saint of Serenissima up to the IX century; and also Maurocastro, on the Black sea, in the mouth of Dniester river, at Trabzon, at Tana, where the Don river ends; and more faraway toward Asia, to the Far East. These are mythical but real places, concrete, where the desire to explore and trade expanded beyond the Pillars of Hercules, to Flanders, Scandinavia and London. So perhaps it is true to say that the people of Serenissima were able to look farther than us, that they were able to combine their interests and tolerance even during the decadent 18th Century.

The Dominant was enlightened, it has opened its doors to people of different cultures and religions: Albanians, Greeks, Dalmatians and Morlaci, but also Armenians, Romanians, Moldavians, Jews, Arabs, Germans, they all peacefully traded in the amphibious city that made Mediterraneum its own sea. So Venetian became an international language, understood and spoken even by the two big powers of the time, the Spanish and the English who were travelling around the Aegean and the Ionian sea like corsairs, trying to avoid the famous and dreaded Barbary pirates, who frightened the first coming of USA Marines to Tripoli(1801).

This ancient link that connects Venice and the sea, was once symbolized by the ceremony of wedding Venice to the sea itself, celebrated every year on the Ascension day by the Doge on the ship Bucentaur. This was a golden ship and the prow bore a statue of the Albanian hero Scanderbeg, who had battled against the Turkish invasions for 20 years in the XV century.

Nowadays that the world seems more open, Venice could become a bastion of integration on the strength of its experience in keeping connections between far and different peoples. For example the Venetian government in Crete lasted more than 400 hundred years. Although marked by rebellions and bloody repressions, it built an extraordinary cultural, artistic and social Koinè that was called “Venetian Crete”, like a spontaneous union of thousands of Venetians and Greek-Cretans, both from noble and lower classes.
A long period of 400 years means an exchange of about 15 generations. From the Middle Ages to the Modern age; from holy wars to the discovery of America; from arches and arrows to cannons and blunderbusses. Not only horizons, but also costumes and habits, patterns and attitudes drastically changed.
In the middle of the 13th Century, the Venetian rulers domineered with the sword on the island of Crete but would later on fight side by side with the Cretians to defend Candia from Turkish attacks.
This charming image of a Venice far from the canals and it's Laguna, boxed in the heart of the Mediterranean Sea , found expression in the three little islands of Granbusa, Souda and Spinalonga. Even once Crete had completely fallen into the hands of the Turkish, these islands remained under the Venetian domain till 1715, despite being literally encircled, they resisted for 500 years under Venetian government. This period includes the IV Holy War of doge Enrico Dandolo, the conquest of Costantinople (followed by Crete), to the wigs and powders worn by Giacomo Casanova, who would have been born only 10 years after the fall of the last venetian strongholds on Crete.

We propose to use this history as a starting point for a cultural tour beginning with the History of these places , presenting them as exotic borders of a faraway Venice.
We will explain these 600 years of a Venice history, showing what the Cretan-Venetian culture has offered to the Mediterranean as a whole.
We will investigate the current state of Granbusa, Souda and Spinalonga by including them in this project which spans the Adriatic and Mediterranean sea.

"On the wings of the Lion-the last blocks of Serenissima" is a voyage on the routes of Venetian galleys: the ancient commercial routes, the silk road and the spice road as a bridge to connect two sides of the same world, against any prejudice or any fear. We 'd like to celebrate part of the rich heritage of Venice in the Mediterranean area and collect stories and experiences, discovering ancient roots which deserve to be documented.
Our boat Arina- captained by Enrico Brozzola- will be a vehicle but also a bridge between these places and these cultures which for centuries have been connected by the sea; the very sea that this voyage will navigate, calling at 20 port destinations including Croatia, Montenegro, Albania, Greece and Crete.